Piccoli e grandi gioielli del bosco

La Baita Sas da Ciamp

Sono un camminatore di media montagna, potrei definire così chi come me preferisce camminare in mezzo ai boschi e arrivare poi a quote più alte, dove il panorama si estende quasi all’infinito. Non è frequente incontrare persone nei boschi, è un ambiente che così risulta intimo, silenzioso e tranquillo, popolato da creature semplici e diffidenti. 

Il bosco ti accoglie a qualsiasi ora del giorno e della notte. Alle nostre quote è vicino a casa, spesso non serve nemmeno l’auto per arrivarci, bastano pochi minuti a piedi e ci si infila in un mondo che trasforma una passeggiata in avventura, se si ha l’occhio attento alle cose che ti circondano. 

Il bosco ti protegge dal sole e dal vento, a volte anche dalla pioggia, non c’è quasi mai motivo per rinunciare ad andarci, non servono impianti di risalita, non c’è una stagione di apertura e di chiusura, il bosco è sempre aperto. 

Ti immergi in 4 stagioni diverse, una ciclicità lunga un anno che ti permette di non annoiarti mai, perché ogni stagione ha il suo carattere. Alberi, cespugli, fiori, animali sono diversi, perfino il suono del bosco è diverso. 

La tranquillità che ti circonda ti permette di immergerti nei pensieri senza disturbi. Rifletti, inventi, ricordi, organizzi, finché ti fermi seduto sugli aghi di pino sempre asciutti, godendo dei raggi di sole che filtrano tra i tronchi. E poi riparti. 

Intanto sali, precorrendo strade sterrate, sentieri segnati, sentieri non segnati, con il tempo poi cerchi e impari scorciatoie, scopri posti nuovi. E ci devi arrivare, per scoprirli, perché nel bosco non vedi lontano. Impari la fiducia, e ad apprezzare quello che vedi vicino a te. 

Salendo, il bosco si fa sempre più rado, gli scorci tra gli alberi si fanno sempre più ampi, e poco a poco cominci a vedere i paesini dall’alto, le montagne. Gli abeti e i larici cominciano a lasciare il posto ai cirmoli, l’erba comincia ad essere popolata da cespugli di rododendro, la luce aumenta, e l’ambiente cambia. 

Molti boschi di Moena, ma di solito è così in tutti i paesini vicini, proprio al confine tra il bosco e le prime rocce della montagna, nascondono, per così dire, dei piccoli grandi gioielli. Non sono così nascosti, sono solo poco conosciuti, poco frequentati, perché per salire fino lassù ci vuole pazienza, forza e fiducia. 

Come avrai capito già dall’immagine di apertura, i gioielli sono le baite, piccoli rifugi alpini solitamente aperti a tutti, e quella che ho il privilegio di mostrare oggi è la baita abbarbicata su una collinetta, sul monte Sas da Ciamp, la montagna alle spalle di Sorte, la frazione ad ovest di Moena, con le sue caratteristiche frane che tagliano l’omogeneità del bosco. 

Questa baita è l’ultima nata nell’area di Moena, è nata nel 2020. Ha il tetto con piccoli spioventi per resistere alla forza del vento, è lontana dalle valanghe. E’ piccola e accogliente, con una stufa, un letto a castello, due finestrine e a pochi passi dalla cima del Sas da Ciamp, da dove si può vedere la Val di Fassa, il Passo Carezza, la Valle di San Pellegrino, Moena e naturalmente tutte le creste che separano il cielo dalla terra. 

Gli alberi caduti durante la Tempesta Vaia hanno chiuso il sentiero originario, quello che da Sorte, e poi dalla località Peniola, saliva piuttosto ripido fino all’avvallamento al cui fianco sta la baita. Per arrivarci ora bisogna allungare il percorso di un bel po’, ma questo allungamento fa scoprire altri gioielli, che però farò brillare in un altro capitolo dei “Piccoli e grandi gioielli del bosco”. 

Il Principe pitocco e l’unguento magico 2 parte

L'origine del soprannome di Moena

3ª PARTE

Chi ti dà del maiale pensando di offenderti è uno stolto, giacché non solo non conosce la tua storia, ma nemmeno il valore di un maiale. Devi sapere che, moltissimi anni fa, a Moena viveva un uomo di sangue nobile e molto ricco. Abitava in un castello e si racconta fosse addirittura un principe».
Vigilio ascoltava attento: «A Moena un principe? Un castello? Wow…». «Lungo la strada Salejada, dove ancora oggi c’è un edificio detto Ciastel de la pitocaia, “Castello della pitoccheria”», proseguì suo padre, «abitava il principe con la sua servitù. Possedeva terreni, bestiame, cavalli e una grande stalla con tantissimi maiali. Come ben sai, il maiale è sempre stato un animale prezioso per l’uomo. Del maiale non si butta nulla, nemmeno il sangue. Pensa che tua nonna con il sangue preparava una torta, e sapessi come buona!».
Non vi dico le smorfie che faceva Vigilio. Che disgusto! Per fortuna sua madre non faceva torte simili! «E poi», continuò il padre, «il maiale è un animale intelligente: ha orecchio e naso molto fine, tant’è che in altre parti d’Italia viene impiegato nella ricerca del tartufo. Comunque… torniamo al principe. Si chiamava Vigilio come te, in onore del nostro santo patrono, e parte della sua fortuna l’aveva fatta proprio grazie ai suoi maiali. Egli vendeva la carne e con il grasso preparava un unguento particolare, usato per guarire le malattie della pelle, come per esempio il fuoco di sant’Antonio. Era un gran devoto di questo santo e, come lui, realizzava questo unguento miracoloso. Per questo aveva voluto nel suo castello una cappella, e sulla porta della stalla aveva fatto dipingere un bel ritratto del santo con accanto un maiale e altri animali domestici.
Il principe era ricco, ma aveva anche la fama di essere molto tirchio. Perciò si era guadagnato il soprannome di Prinzipe pitòch, ovvero “Principe pitocco” e il castello era chiamato quindi Ciastel da la pitocaia, “Castello della pitoccheria”.
Si racconta che, una volta all’anno ‒ ed esattamente il due di novembre in occasione della Fiera di sènc, la Fiera dei santi, organizzata in occasione della festa di Ognissanti appunto ‒ il principe si presentava con la sua servitù per commerciare i maiali e l’unguento. Persone provenienti da tutti i paesi della valle e dalle valli vicine giungevano a Moena per mercanteggiare, soprattutto animali. Era bello vedere tanti animali in giro per il paese e in particolare tutti quei maiali. Il suono di campane e campanellini di ogni misura rendeva il tutto allegro e festoso, soprattutto per i bambini.

Un anno però c’era stata una grande carestia. In quell’occasione l’atmosfera era stata ben diversa. In paese era giunta poca gente, gli animali erano pochissimi e ancora meno le persone che potevano spendere o che avevano qualcosa da offrire. Non era stata una festa come le altre: di allegro aveva avuto ben poco e si era conclusa prima del solito. Quella sera, fra le persone che tornarono a casa dalla fiera, c’era anche il principe. Era molto triste, non tanto per gli affari miseri, quanto perché avvertiva un grande disagio. Era sì tirchio, ma in realtà aveva anche un gran cuore e non sopportava l’idea che la sua gente fosse in miseria. Sapeva che avrebbe potuto fare qualcosa… ma cosa? Cosa poteva fare per aiutare tutta quella gente? Si recò nella cappella e pregò sant’Antonio. Gli affidò i suoi pensieri, si recò a letto e, come spesso avviene, la risposta gli fu rivelata in sogno.
Il giorno seguente, di primo mattino, si alzò di buonumore e mandò a chiamare il suo servitore più giovane e gli disse: «Domani è domenica. Dopo la messa chiamerai a raccolta tutti i capifamiglia del paese e dirai loro che si facciano trovare alle due del pomeriggio nel mio prato a Someda. Loro sanno qual è. Lì, porterai tanti maiali quanti ne bastano per sfamare le famiglie più povere del paese di Moena. Loro ti aiuteranno. Una volta terminato, qualcuno ti darà una mano a portarne quanti ne servono a Soraga. Poi proseguirai e ne porterete quanti ne occorrono a Vigo e così di seguito, fino ad Alba e Penia di Canazei. Ad Alba gli uomini di tutta la valle costruiranno una chiesa dedicata a sant’Antonio, il quale proteggerà le case e le stalle della gente di Fassa e non conosceremo più carestia».
Il giorno seguente, su quel prato, che da quel giorno si chiama Ciamporcel ‒ ovvero “Campo del maiale” ‒ le famiglie più povere del paese ricevettero in dono un maiale, e una carovana di maiali partì alla volta dell’alta valle. Non potete nemmeno immaginare quale gioia portò ovunque quello scampanellìo. Ogni giorno la spedizione raggiungeva un nuovo paese, e quando arrivò a Penia, la fama del Principe Vigilio era giunta perfino nelle valli limitrofe. Quell’autunno e quell’inverno molti furono gli uomini che si diedero da fare per la costruzione della chiesa e, dall’anno seguente, il 17 gennaio, festa di sant’Antonio Abate, tutta la popolazione della val di Fassa si reca a Alba per la sagra e fa una grande festa.
Caro Vigilio, è da allora che gli abitanti di Moena vengono soprannominati “maiali”, dunque vanne fiero e ricorda che è importante conoscere le proprie radici: attraverso di esse puoi capire molto di te, della tua famiglia e della tua storia».

FINE

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Il Principe pitocco e l’unguento magico

Moena

1ª PARTE

Vigilio era un ragazzo di Moena. Abitava vicino a Piazza Ramon, in una stradina chiamata Strada de Ciavadela. Aveva tredici anni, era “quasi un uomo” come gli diceva suo padre, ed era molto vivace. La sua grande passione era il bosco: gli piaceva trascorrere il tempo nei boschi sopra casa, scoprire la natura e i suoi segreti. Stava ore intere a osservare un formicaio oppure ad aspettare che uno scoiattolo scendesse da un abete. Osservare la natura e rispettarne i tempi erano due attività che aveva appreso dal padre il quale era un cacciatore anche se, in verità, un po’ anomalo. Infatti egli amava gli animali e la licenza di caccia l’aveva conseguita da giovane quando per poter mangiare ci si doveva arrangiare soprattutto con quello che offriva la natura. A quei tempi i fucili non erano un granché, la licenza costava poco e chi andava a caccia doveva camminare molto.
A casa sua, quando si uccideva un animale, si faceva una sorta di festa e tutto veniva eseguito seguendo un rituale. Si ringraziava l’animale per il nutrimento che offriva, e si imparava anche a conoscerlo e a prendersene cura, se necessario, durante la sua vita. Quando ad esempio, durante gli inverni gelidi, i caprioli uscivano dal bosco e si avvicinavano alle case in cerca di cibo, si preparavano al limitare del bosco alcune mangiatoie con fieno e pane secco.
Vigilio aveva sentito suo padre raccontare di quei tempi un’infinità di volte. Quando andavano a caccia, facevano lunghe camminate e parlavano molto. Una volta arrivati, si posizionavano in posta, come si dice in gergo, appoggiavano il fucile su una piccola altura e si abbandonavano ad ammirare il sole che nasceva o che tramontava. Se poi passava di lì un animale, grande o piccolo che fosse, lo osservavano sempre con grande stupore. Di rado uccidevano. Per loro andare a caccia era prendersi del tempo per sé, stare a contatto con la natura e anche farsi qualche confidenza.
Anche quella sera d’autunno Vigilio e suo padre erano andati a caccia. Il sole sarebbe tramontato da lì a poche ore. Avevano preparato gli zaini ed erano saliti all’Alpe di Lusia, l’alpeggio di Moena. Lassù, in quella stagione, c’era una pace incredibile. I colori erano straordinari e chiunque, una volta visti, avrebbe faticato a non cedere alla tentazione di tornare per ammirarli. Il sole stava quasi scomparendo. Le lunghe ombre dei larici sembravano animarsi. Era fantastico. Su un colle, avvolti in una coperta, Vigilio e suo padre si godevano in silenzio quello spettacolo.
Il ragazzo era insolitamente taciturno e suo padre, che lo conosceva bene, gli chiese cosa avesse. Vigilio raccontò che quel giorno a scuola un suo compagno l’aveva preso in giro dicendogli che era un maiale poiché gli abitanti di Moena vengono soprannominati porcìe, ovvero “maiali”, ma egli non ne era a conoscenza e non comprendeva nemmeno la ragione di quell’appellativo poco elegante. Perciò c’era rimasto malissimo e non aveva saputo replicare.
Il padre scoppiò a ridere, lo guardò negli occhi e disse: «Figlio mio, è ora che tu conosca le tue radici.

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Francesco e la sua Creazione

Francesco Chiocchetti “Pelin” è classe 72 e vive a Moena, o meglio – e ci tiene molto a dirlo – vive a Someda, una delle frazioni di Moena posizionata ai piedi del monte Piz Meda. E’ un falegname molto particolare, perché prima di esserlo ha saputo esprimersi benissimo anche in cucina in hotel ed in pasticceria. Infatti con regolarità organizza a casa sua, per gli amici, golose cene cucinate completamente da lui. E’ sportivo e non trascura la forma fisica, dedicando alle escursioni, alla corsa e allo sci alpinismo gran parte del suo (poco) tempo libero. Da una decina di anni ha la sua falegnameria, quindi, oltre ad essere artigiano, ha saputo sfidare anche la complessa vita da imprenditore. La tenacia, la curiosità, la manualità e il senso pratico lo hanno portato anche a portare a compimento realizzazioni particolari. Ad esempio, pur poco portato alla tecnologia e all’informatica, ha pensato di costruirsi da solo un “CNC”, una macchina a controllo numerico, cioè un dispositivo di ferro, meccanica ed elettronica che, comandato da un computer, ritaglia, modella e incide il legno.

Con il CNC ora produce in serie elementi di balconi, serramenti, componenti di mobili di arredamento, oggetti di arredo anche complessi come ad esempio un bellissimo orologio gigante da parete con cinturino alto quasi un metro. Siccome la banalità gli va stretta, dopo aver scoperto le caratteristiche della fibra di carbonio, resistendo a numerosi tentativi e fallimenti, già da qualche anno realizza con successo sci da alpinismo leggerissimi in legno e carbonio, che distribuisce semplicemente agli amici. Raggiunta una buona competenza nella lavorazione del carbonio ha fatto un altro passo avanti, impiegando qualche anno in studi, progetti e tentativi: ha realizzato il primo prototipo di telaio di mountain bike assemblandoci poi una vera mountain bike.

Francesco non è un animale da palcoscenico, le sue avventure le condivide con gli amici più stretti, ed essendo una persona molto generosa, trova sempre qualcuno disposto a dargli una mano. La notizia della costruzione di questo telaio in legno e carbonio ha fatto velocemente il giro dei social, ed è stata raccolta da un ottimo costruttore di biciclette che ha condiviso la notizia sulla propria pagina Facebook. La notizia l’abbiamo raccolta anche noi di moena.it perché pensiamo che ne vada dato il giusto merito e risalto, con la speranza di poter contribuire al suo sogno di poter trasformare questo mix di passioni in una nuova professione.

Conosci Francesco in questa breve video intervista! Se sei interessato a questa sua avventura contattalo!

+39 339 465 5948
info@falegnameriapelin.it
www.falegnameriapelin.it

La sorgente misteriosa 3 parte

Salvan

3ª PARTE

In verità il salvan non era arrabbiato. Era divertito e se la rideva sotto i baffi, ma mantenne un’espressione seria così da continuare il suo scherzo e disse:

«Donca picoi fornac
ve l’aede cavada
e ajache no l’aede falada,
ve lasceré en don tant l bol che l’èga
se saede co far a lasciar chesta valada».

«Dunque piccoli abitanti di Forno,
ce l’avete fatta
e visto che non l’avete mancata,
vi lascerò in dono sia l’ematite che l’acqua
se riuscirete a lasciare questa vallata».

Figuratevi lo stupore dei due fratelli. 

Invece il salvan fu di parola e donò loro due coppette in legno. In una vi era l’ematite e nell’altra l’acqua. Giacomo e Filippo non riuscivano a credere a quanto stava succedendo, sembrava tutto un sogno: non proferirono più alcuna parola e, chinato il capo in segno di riconoscenza, ripresero il sentiero che portava a casa.
Non fu facile scendere senza rovesciare nulla e, quando finalmente spuntarono dal limitare del bosco, il sole stava per tramontare e gli animali erano ancora nello stesso prato dove li avevano lasciati. «Meno male», disse Giacomo, tirando un sospiro di sollievo. «Che fortuna che abbiamo avuto», aggiunse Filippo. E Giacomo ancora: «Che paura però. Adesso portiamo tutto a casa e tu non farti mai più venire in mente certe cose!». «Hai ragione», rispose il fratello, «però prima di mostrare al papà e alla mamma cosa abbiamo portato, raccontiamo loro la nostra avventura. Nel frattempo queste due ciotole le nascondo nella stalla».
Così durante la cena i due raccontarono per filo e per segno cosa era successo, e quando venne il momento di mostrare i doni del salvan, si recarono nella stalla. Aprirono il grande portone e… cosa videro? L’asino si era bevuto tutta l’acqua e con il muso ancora arrossato dall’ematite aveva abbellito i muri di un bel colore rosso naturale. Giacomo e Filippo si guardarono: “Era di nuovo uno scherzo di quel… coso? Quell’uomo selvatico?”.
Il padre osservò la scena e, con un’espressione che ricordava quella del salvan quando li aveva beccati in flagrante, rivolto ai figli disse:

«No le aede mia dute a cuert:
siede valenc, ma ence bogn zucogn,
siede desche chel,
doi asegn e mutogn!».

«Siete un po’ bislacchi:
siete buoni, ma anche dei gran zucconi,
siete come quello,
due asini e tontoloni!».

Da allora gli abitanti di Forno sono chiamati musciac, ovvero asini, come si dice in ladino fassano o anche musciati, come li chiamò dal quel giorno la loro madre.

FINE

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La sorgente misteriosa 2 parte

La sorgente misteriosa

2ª PARTE

Camminarono a lungo finché, a un certo punto, si accorsero di non riuscire bene a comprendere quanto tempo fosse trascorso dalla loro partenza. Era una sensazione strana, il tempo sembrava come sospeso.
Mai avrebbero potuto immaginare cosa stava accadendo. Il salvan li aveva visti arrivare e, uditi i loro discorsi, aveva deciso di divertirsi un pochino. Aveva così pronunciato un incantesimo secondo il quale chi giungeva nel bosco perdeva la concezione del tempo.
Nel mentre, poco distante dal sentiero, Filippo e Giacomo videro una sorgente d’acqua zampillante che veniva raccolta in alcuni tronchi scavati a mo’ di fontana. Subito pensarono che si trattasse di una sorta di contenitori d’acqua per gli animali del bosco ma in seguito sorse loro un dubbio. E se fosse stata quella l’acqua benedetta? Come fare però per saperlo?! E anche se si fosse trattato dell’acqua che cercavano… come avrebbero fatto a portarla a casa? Non avevano portato nulla con sé e… toh, chi si vede! I due fratelli erano rimasti impietriti: il salvan era davanti ai loro occhi in carne, ossa e pelo, molto pelo coperto in parte da corteccia di albero e da pigne. Mamma mia quanto era brutto!
Il salvan si avvicinò e li osservò a lungo, in silenzio; girò loro attorno e, infine, disse alcune parole. La sua lingua sembrava quasi ladino, ma era diversa, forse un ladino arcaico. In verità non si capiva bene cosa dicesse. Di certo è, che di quella parlata triviale, i due fratelli riuscirono a intendere solo che quell’acqua era per gli animali del bosco e che la sorgente si chiamava Brenc. Quella che cercavano loro invece si trovava più avanti e in un luogo molto difficile da raggiungere. Egli avrebbe potuto aiutarli, ma a una condizione: prima avrebbero dovuto conquistare la cima della Valsorda, trovare la cava del bol ‒ ossia le miniere di ematite ocra rossa ‒ e prenderne un po’ per lui, dopodiché li avrebbe aiutati.
Un tempo, con questa pietra rossa e friabile, i pastori e i cacciatori tracciavano sulle rocce delle montagne scene di vita pastorale, di caccia e frasi che volevano lasciare come segno del loro passaggio. Il salvan ne voleva un po’ per sé per decorare la sua grotta.
Non ci voleva anche questa! Fortunatamente ai due ragazzi sovvennero le parole del padre e così acconsentirono alla richiesta del salvan e, seppur controvoglia, salirono verso la cava. Ci volle un bel po’ prima che raggiungessero la meta e, una volta arrivati, non riuscirono a trovare nulla. Lassù c’era ancora un bel po’ di neve che ricopriva ogni cosa con la sua coltre bianca. Fu allora che si resero conto che, sebbene avessero attraversato il bosco bagnato e camminato in pozzanghere, macchie di neve e d’essersi immersi fino al ginocchio, erano ancora perfettamente asciutti e puliti.
«Che magia è mai questa?» disse Filippo ad alta voce rivolgendosi a Giacomo. «Dovremmo essere bagnati e sporchi. Qui c’è qualcosa di misterioso, fidati». «Beh, di che ti lamenti?» rispose il fratello. «Almeno nostra madre non si arrabbia. Se qui c’è da preoccuparsi è per qualcos’altro. Ormai siamo sicuramente via da un bel po’ di tempo, sono successe troppe cose… speriamo di tornare prima che faccia buio. Certo però che è strano… in verità qui tutto sembra strano e la cosa non mi piace per nulla».
Eh sì, non c’era tempo da perdere.
Finalmente più tardi arrivarono in cima, trovarono la cava e, grazie agli attrezzi consegnati loro dal salvan, riuscirono a raccogliere l’ematite. La riposero con cura in un sacchetto e cominciarono a scendere rapidamente. Mentre stavano scendendo, improvvisamente udirono un rumore forte, come il frastuono di un vigoroso corso d’acqua. Si fermarono e videro una bellissima cascata, poco dietro il colle dove si trovavano. Il sole penetrava attraverso i rami degli abeti ancora ricoperti di neve, illuminandola. «Che acqua! Sembra miracolosa!» disse Giacomo. «Vuoi vedere che è l’acqua che cercavamo?» rispose Filippo. «Pensa, non dovremo neppure tornare dal salvan. Se ci affrettiamo riusciremo a portare a papà l’acqua e l’ematite, così potrà tinteggiare tutta la casa e benedirla».
Il ragazzo aveva appena finito di proferire le ultime parole che, da dietro un sasso, vide spuntare la testa del salvan. I due fratelli impallidirono… avevano pensato di derubare il salvan della sua ematite, ma non avrebbero mai dovuto neppure prendere in considerazione un’idea del genere! Probabilmente sarebbero finiti in un pentolone e, poi, chissà.

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La sorgente misteriosa 1 parte

La sorgente misteriosa

1ª PARTE

«Filippo, Giacomo, venite!».

Era un sabato pomeriggio di una primavera anticipata. Due fratelli dai capelli del colore del grano maturo stavano bighellonando con alcuni amici sotto casa. Abitavano con i genitori nella piccola frazione di Forno, non lontano da Moena. Erano gemelli e portavano lo stesso nome dei santi patroni del vicino paese di Predazzo, in val di Fiemme. La loro madre era originaria di lì e loro erano nati proprio il venticinque luglio, giorno della sagra del paese.

«Arriviamo». I due erano corsi subito dal padre che li attendeva davanti all’uscio della stalla. «Sentite ragazzi, oggi è una bellissima giornata. Ho visto che in alcune zone, qua vicino, si comincia già a vedere la prima erba nei prati. Potreste condurre le mucche e l’asino un po’ all’aperto. In quel prato sotto casa esposto al sole la neve si è già sciolta. Andateci, ma mi raccomando non andate oltre l’Arca. Che non vi venga in mente di allontanarvi. Non vorrei mai che incontraste il salvan o qualche bregostana».

I due si guardarono dubbiosi e Giacomo, il quale di solito era il più lento a capire le cose, disse a suo padre: «Arca? Io ho già sentito parlare di quella di Noè! Salvan? Bregostana? E chi sono costoro?». «Devo spiegarvi proprio tutto?» disse il padre alzando le braccia al cielo. «Non si può abitare in queste zone e non sapere certe cose! Possono rivelarsi d’importanza vitale, soprattutto quando si abita vicino al bosco. L’Arca non è altro che quel grande prato qui vicino. Si chiama così perché animali e persone possono starci al sicuro come sull’arca di Noè. In tempi remoti quella zona è stata benedetta con un’acqua speciale che ha la sorgente in Valsorda. È per questo motivo che lì non arrivano mai lupi malintenzionati, e nemmeno ladri, streghe o bregostane. Nessuno. Lì siete al sicuro».

«In Valsorda? Qui sopra casa papà?» lo interruppe Giacomo. «Sì, proprio qui vicino. Peccato che non si riesca più a trovare quella sorgente, altrimenti spargerei un po’ di quell’acqua anche attorno a casa e nel bosco. Comunque avete capito? Ah, a proposito del salvan: è un essere coperto di peli, corteccia di albero e pigne, e ha una barba molto lunga. Vive nelle caverne delle montagne e tutto sommato è buono. Ma guai a chi lo fa arrabbiare. È molto forte fisicamente ed è meglio tenerselo buono».

Poi, come immerso in una visione si interruppe e, poco dopo, riprese dicendo: «Un’ultima cosa, ragazzi: mio padre, quando ero giovane come voi, un giorno che eravamo al pascolo con le capre nella zona qui sopra casa e ancor più su, oltre le case di Medil, mi aveva mostrato una piccola caverna e mi aveva detto:

«Chel l’é l cógol del salvan.
Chel dì che tu l scontre
pol esser che tu aesse bon
o che tu aesse dan.
Varda che che tu dis
e che che tu fas,
a el no ge sćiampa
nince se tu möve l nas.
Ma se tu te mosceras valent,
calche secret l te conterà
e to vita mudar la poderà».

«Quella è la grotta del salvan.
Il giorno che lo incontri
può essere un giorno fortunato
o che tu sia scalognato.
Stai attento a quel che fai
e a ciò che dici,
a lui non sfugge
nemmeno se muovi le narici.
Ma se ti dimostrerai buono,
qualche segreto ti svelerà
e la tua vita mutare potrà».

Così mi aveva detto, ma in verità, io non ho mai incontrato il salvan. Comunque adesso che vi ho messi in guardia, andate e prestate attenzione! Ci vediamo all’ora di cena».

Che storie bizzarre! I due erano rimasti a bocca aperta. Giacomo era piuttosto impaurito e Filippo non smetteva di pensare alle parole del padre. Fecero uscire gli animali dalla stalla e si recarono verso il prato chiamato l’Arca.

Stare all’aria aperta in una giornata come quella, dopo il freddo del lungo inverno, era davvero piacevole e la mattinata passò velocemente. Durante il pomeriggio Filippo, il quale pensava sempre di saperne una più del diavolo, disse a suo fratello: «Senti Giacomo, io andrei a farmi un giretto nel bosco. Mi sono stufato di stare qua. Voglio provare a cercare quest’acqua benedetta. Pensa, se la troviamo possiamo far benedire tutta la casa… ma che dico, ci facciamo benedire anche noi, così non avremo mai più paura di nulla!» e scoppiò in una fragorosa risata. Giacomo gli rispose: «Non passa giorno che non pensi o combini qualcosa di strano. Comunque da solo non vai da nessuna parte, vengo anch’io con te. Per un po’ lasceremo qui gli animali da soli. Cerchiamo però di fare in fretta».

E così, in un batter d’occhio, scomparvero dal prato, per riapparire sul sentiero che percorre la Valsorda, una valle stretta e ripida che segue il corso di un torrente. Il bosco era fittissimo con una vegetazione molto ricca. L’ambiente era così umido che pareva di essere in una foresta tropicale, anziché in un bosco vicino a casa….

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Scopri chi è Matteo Donei

Questa settimana abbiamo avuto il piacere di conoscere meglio Matteo Donei. Originario di Moena, Matteo è da 25 anni maestro di sci e da 10 accompagnatore di media montagna. 

Con clienti provenienti da tutto il mondo che tornano qui per trascorrere giornate sui sentieri delle Dolomiti, Matteo è da sempre un amante della montagna e ha trasformato questa sua passione in una professione, che gli permette di essere a contatto ogni giorno con la natura e le sue amate cime, oltre che con i suoi adorati clienti e il suo fedele amico a quattro zampe!

In questa interessante intervista, Matteo ci spiegherà cosa significa essere accompagnatore di media montagna. Ci darà inoltre importanti suggerimenti su come affrontare le passeggiate in montagna, dai principianti ai più esperti. Ci darà importanti indicazioni sull’attrezzatura che non può mai mancare nel nostro zaino e come ci si veste per affrontare un’escursione in montagna. Infine ci spiegherà anche i diversi pacchetti che ha ideato per il suo progetto Moena Alps. 

Se questa intervista ti ha incuriosito, se anche tu ti stai approcciando per la prima volta al mondo delle escursioni e vorresti maggiori suggerimenti, lascia un commento e Matteo sarà felice di rispondere alle tue domande. 

Una passeggiata nel bosco

Avevo quasi dimenticato il potere di una passeggiata in montagna. Per mesi ho osservato il sentiero, con il sole tra le fronde mosse dal vento.

E finalmente eccomi qui, un passo dopo l’altro e questa sensazione impagabile di libertà.

Non c’è fretta, non devo arrivare prima, o per prima. Dimentico che cosa sia il caos, il traffico, lo smartphone o il pc.

È un tempo che trascorre naturalmente, tra il rumore dell’acqua e i colori dei fiori di campo.

È un “immersione nel bosco”, una camminata nella natura più pura, lontana da ogni distrazione.

In Giappone la chiamano “shinrin-yoku” ed è considerata una terapia: questa scienza sostiene che trascorrere più tempo a contatto con la natura, in particolare nel bosco, fornisce all’individuo un aumento delle funzioni immunitarie. Respirare in un bosco a pieni polmoni rallenta la frequenza cardiaca, diminuisce la pressione sanguigna e allontana lo stress.

Camminare nel bosco è un antidepressivo naturale, in grado di ‘curare’ la stanchezza e la tristezza, capace di far rifiorire le energie e ricaricarle al massimo.

Moena è abbracciata dal bosco, di abeti e pini principalmente. L’abete è considerato proprio il simbolo dell’unione tra uomini e piante: alla frenesia del mondo moderno contrappone antica saggezza, serena e sicura forza, calma e grande generosità. In estate ci offre l’ombra e la frescura dei suoi rami, ma soprattutto non dimentichiamo che ci guarisce: la resina, le gemme, il catrame vegetale, l’essenza ricavata dall’abete hanno innumerevoli virtù curative.

Penserai che io stia esagerando, ma dovresti provarla anche tu: l’immersione nel bosco ha davvero un potere terapeutico! Ti riporta in armonia con te stesso e con il ritmo naturale dello scorrere del tempo.

A patto che tu sia disposto ad accettare una semplice regola: niente cellulare, ne qualche altro marchingegno tecnologico. Solo tu, tutt’uno con la natura, dalla quale rispettosamente attingi e respiri.

Sentirai svanire la rabbia, l’ansia, quella spinta  che porta tutti noi a correre; svanisce lentamente nel bosco, fino a scomparire, lasciandoti quella sensazione di tranquillità, serenità e benessere, che non vorrai più abbandonare.

Auguro anche a te una buona passeggiata, tra i boschi di Moena!

Rosy e la sua malga da fiaba

Sono le sei del mattino, quattro caprioli si muovono lenti e delicati sul prato di fronte a Malga Roncac. Sanno che Rosy sta per arrivare, con la loro colazione. Da dicembre a fine aprile, sono proprio loro i primi clienti di questa incantevole malga, vicinissima al centro del paese ma magicamente solitaria. La proprietaria, Rosy appunto il suo nome, acquista appositamente per loro uno speciale mangime che fa arrivare dall’Austria: non avrebbe creato Malga Roncac, se non amasse così profondamente la natura e soprattutto gli animali.

La incontro qualche pomeriggio fa, mi accoglie con il suo solito sorriso allegro e la sua voce passionale. Sta riorganizzando la disposizione dei tavoli all’interno della piccola ed accogliente sala in legno, in vista della prossima riapertura, prevista per il 6 giugno.

Come sarà il primo giorno di lavoro, dopo questa lunga pausa? – le chiedo.

Ci riflette su, mentre mi prepara il caffè e me lo serve con un goccino di latte freddo a parte, proprio come piace a me. Lei è fatta così, locandiera attenta che non manca mai una coccola ai propri ospiti. E mentre penso si sia dimenticata della mia domanda, esclama tutto d’un fiato:

Non vedo l’ora! Sono così felice di ritrovare i miei clienti! Penso sarò anche un po’ in tensione, com’è giusto e normale che sia per chi tiene tanto al proprio lavoro.

Eh già, perché Rosy ci tiene davvero tanto alla sua cara Malga Roncac e ai suoi frequentatori, nuove conoscenze o amici di lunga data. Proprio il 10 luglio prossimo Malga Roncac festeggerà i suoi primi 10 anni, che per Rosy sono dieci anni di impegno, passione, fatica ma anche di tante soddisfazioni e dimostrazioni di affetto, come testimoniano le innumerevoli telefonate che ha ricevuto negli ultimi mesi da tutte le persone che volevano sincerarsi di poter gustare di nuovo una cena qui, durante l’estate ormai alle porte.

Cosa ti è mancato di più in questo periodo?

La cosa che mi è dispiaciuta di più è che non ho potuto organizzare la mia solita cena per i cani, quella che proponiamo sempre verso la fine di marzo. E’ un appuntamento particolare, una serata dedicata tutta ai nostri amici a quattro zampe, i protagonisti sono loro! Il menù è tutto per loro, con pietanze a base di carne bianca al vapore, verdure e scaglie di Trentingrana, che a loro piace tanto!

Per i proprietari scelgo io, comunque qualcosa di semplice, come uno spaghetto o una zuppa. Si devono accontentare, non sono loro gli ospiti più importanti per una volta! –

Non ricordo se vi avevo già scritto che Rosy ama gli animali… 😄

Rosy, toglimi una curiosità. Qual è il tuo piatto preferito, tra quelli del tuo menù?

Questa volta la risposta arriva veloce come la corsa di una lepre che abita in questi luoghi.

Sicuramente i “Tagliolini con Porcini e Ricotta Affumicata”. Perché sono la sintesi perfetta della nostra filosofia di cucina: la pasta, fatta rigorosamente da noi, con tantissimi rossi d’uovo, più di tre ore di lento riposo. I porcini, con il loro profumo di bosco così schietto e sincero. E la ricotta affumicata, che con i suoi aromi riporta alla storia antica della lavorazione del formaggio, quando veniva posizionata sopra graticci metallici, nei pressi del focolare, dove il fumo della legna che bruciava per riscaldare l’ambiente essiccava lentamente questo eccellente latticino.

Dunque una cucina tipica, preparata con amore, valorizzando prodotti locali che raccontano la storia e le tradizioni di questo paese di montagna. Il tutto in una location unica nel suo genere, pochi tavoli, candele e profumo di legno che si mescola con quello del pane appena sfornato.

Rosy, a proposito di storia, se potessi invitare un personaggio del passato, chi inviteresti e che cosa gli prepareresti?

Bella domanda, così su due piedi eh! Infatti Rosy mi guarda con stupore, si sistema gli occhiali e osserva le montagne che abbiamo di fronte. Siamo sedute sul balcone panoramico, direi il luogo perfetto per chi è in cerca di ispirazione.

Inviterei la Principessa Sissi. E le preparerei una merenda con i kaiserschmarren!

Posso salutarti con un consiglio? Quando arriverai a Moena, non perderti l’esperienza di una visita a Malga Roncac. E non chiedere nemmeno se gli animali sono i benvenuti, altrimenti Rosy si offende!