VIVERE LA MONTAGNA IN TUTTE LE SUE POSSIBILITA’

15 gennaio 2021: dopo quasi un anno dall’inizio della pandemia Moena e non solo Moena, si trova a dover convivere con il Corona Virus. Le incertezze, i dubbi e le paure incombono ormai su tutti i settori lavorativi e su di noi. “Quando finirà questa pandemia? Quando torneremo alla normalità? Sapete se in paese ci sono nuovi contagi? Quando apriranno gli impianti?” queste sono, ormai, le frasi che caratterizzano le nostre giornate.

Nell’attesa che venga decisa una data per l’apertura degli impianti sciistici io e come tanti altri abbiamo trovato delle attività alternative per trascorrere le belle giornate invernali:  lo sci da fondo, le ciaspole, lo sci con le pelli o anche solo camminare.

Viste le abbondanti nevicate che hanno ricoperto la “Fata delle Dolomiti” ho pensato anch’io di trascorrere una giornata diversa andando con le CIASPOLE.

Per chi di voi non le conosca non sono altro che una sorta di racchettoni che, attaccati sotto gli scarponi da montagna, permettono di fluttuare sulla neve fresca così da evitare di sprofondare.

Ho proposto subito la mia idea ad un paio di amici i quali hanno subito accettato con entusiasmo.

16 gennaio 2021: la giornata si presenta fredda (-10°) e anche un pochino nuvolosa, ma i miei amici ed io non ci scoraggiamo e alle 9 in punto partiamo per questa nuova “AVVENTURA”. Ci dirigiamo verso Roncac per poi prendere una stradina e ci portiamo verso Palua. La neve è semplicemente stupenda e la sensazione di fluttuare sopra questo morbido manto è unica e indescrivibile.

Dopo poco meno di 2 chilometri vediamo in lontananza una persona vicino ad una baita. Una volta arrivati lì lo riconosciamo così ci fermiamo a parlare godendoci il sole, che nel frattempo, era comparso da dietro le nuvole. Dopo qualche chiacchiera e bevuto la “sua grappa”, che noi abbiamo molto apprezzato, ci siamo salutati ed abbiamo ripreso la nostra camminata.

LA GIORNATA ALTERNATIVA ERA INIZIATA ALLA GRANDE!

Dopo tanta fatica ma con soddisfazione abbiamo raggiunto la nostra meta ed abbiamo potuto così vedere Moena dall’alto.  E’ sempre bellissimo ammirare la nostra Fata, ma vederla vestire elegantemente questo magico abito bianco, ci lascia senza parole!

Entriamo nel “bait” del comune, facciamo “prozait: pan, formai e luganega” e beviamo caffè e the caldo, che ci siamo portati da casa. L’atmosfera del bait  rende tutto molto familiare ed è particolarmente piacevole conversare sorseggiando una buona e dissetante bevanda.

Una giornata da ricordare!

 Quello che vi ho raccontato oggi è solo una delle molteplici attività che si possono fare e provare. Quest’anno, in particolar modo, non potendo lavorare, molti di noi stanno sfruttando il tempo libero per conoscere e apprezzare la montagna nella sua veste più semplice e tranquilla

Il comune di Moena, per esempio, ha fatto battere alcune strade forestali rendendole agibili anche solo con dei semplici scarponcini da montagna e… poi ci sono molte altre attività come il fondo, le pelli di foca …

Facci sapere anche tu come stai trascorrendo queste giornate!

Un Natale intimo e tranquillo

“Bon Nadél a duc” (che in italiano viene tradotto: “Buon Natale a tutti”) è una tra le frasi in lingua ladina più usate in questo periodo nella nostra amata Fata delle Dolomiti per augurare un sereno Natale a tutta la famiglia.  Da anni a Moena alla Vigilia di Natale, amici e parenti si incontrano nelle piazze del paese per scambiarsi gli auguri e per assaporare un buon e caldo vin brulè in compagnia, prima di trascorrere il Natale in famiglia.

Moena ogni anno in questo periodo di festività si popola con i turisti, ragazzi che tornano a casa dalla scuola e dall’università e lavoratori che tornano in paese per trascorrere le festività con i propri cari. Le strade e le vie a ridosso del centro iniziano a prendere vita e a rilasciare quello spirito natalizio che trasmette felicità, anche grazie alle bellissime e fitte luci che decorano le case, i balconi e gli alberghi del paese.

Anche quest’anno così tanto particolare caratterizzato da innumerevoli cambiamenti, l’atmosfera natalizia che si può percepire nell’aria mi lascia senza fiato: decorazioni a tema ed illuminazioni festose riempiono il cuore di tranquillità e rendono il paese gioioso.

Nonostante le persone, gli addobbi e l’illuminazione del paese siano minori degli anni scorsi, il panorama e il clima festivo generale del paese restano a mio avviso incantevoli e anzi, grazie alla neve acquisiscono ancora più qualità natalizie. Le strade che risultano meno trafficate fanno risaltare maggiormente quegli aspetti di condivisione ed incontro tra le persone e gli abitanti del paese, trasmettendo un forte senso di intimità che forse gli anni scorsi non notavo così chiaramente.

Voi come state vivendo il clima natalizio? Condividete con noi una foto del vostro paese o della vostra città 🎄

I Coscritti a Moena

Una generazione festeggia la maggiore età

 

Il 26 dicembre ovvero il cambio del cappello dei coscritti è la data più attesa da tutti i ragazzi di Moena. È la data che simboleggia l’anno più bello della giovinezza, è l ‘anno che tutti ricorderanno per sempre. L’anno in cui gli amici di infanzia festeggiano insieme, in allegria e spensieratezza, l’arrivo della maggiore età tanto aspettata.

La giornata inizia presto con una calda colazione in compagnia con i propri amici d’infanzia per poi proseguire con la messa in cui i coscritti dell’anno precedente si incontrano con quelli che gli subentreranno in un simbolico cambio della guardia. Si festeggia la fine di un anno memorabile e l’inizio di un altro altrettanto indimenticabile.

Ricordo che in quella giornata eravamo tutti un po’ agitati, emozionati e felici. Si vagabondava tutti assieme  per Moena schiamazzando allegramente nonostante il freddo e la neve che continuava a scendere.

In quella giornata il paese era affollato di turisti provenienti da tutta Italia. Quando ci incontravano per il paese non perdevamo l’occasione di farci notare con il nostro cappello da coscritti ornato di fiori dai colori sgargianti e fettucce colorate, con il grembiule blu decorato con il nostro cartone animato d’infanzia preferito o con un disegno che ricordava noi stessi, il fischietto e una tazzina appesa al collo da riempire di tanto in tanto di birra.

Cantavamo e ballavamo per le vie e le due piazze di Moena e succedeva spesso che, tra stupore e divertimento, i turisti ci chiedessero la motivazione di tutto ciò e noi orgogliosamente raccontavamo loro della nostra bellissima usanza. Tra una chiacchiera e l’altra capitava che qualche turista ci chiedesse di posare insieme a loro per portarsi via un ricordo della nostra comunità e della nostra splendida tradizione.

Vi aspettiamo il prossimo anno per un’altra meravigliosa e indimenticabile giornata di tradizione e festa!

La prima neve

Moena in inverno

I campi e i monti

Sono scomparsi sotto il manto nevoso

È il nulla

(Naito Joso)

Ho cercato sul vocabolario la parola neve ed ho trovato questo: “precipitazione atmosferica costituita da minuti cristalli di ghiaccio dalla struttura esagonale più o meno ramificata.”

Per i bambini neve significa gioia, amici, giochi e poi infreddoliti tutti a casa per una buona cioccolata calda.

Per noi la neve segna l’inizio di una nuova stagione con l’arrivo di turisti che animeranno le nostre strade e piazze vestite a festa. La Fata delle Dolomiti  cambia completamente abito ed indossa un vestito elegante, è pronta ad accogliere tutti e a regalare emozioni uniche e speciali per vivere delle esperienze indimenticabili.

Con l’arrivo della neve, infatti, per noi valligiani ha inizio un nuovo mondo. Le nostre amate cime, i sentieri boschivi, i panorami, i laghi e anche le semplici stradine di paese cambiano completamente aspetto, ma, nonostante le temperature rigide e difficili, riescono a regalare un’accoglienza unica e calorosa che tutti amano!

Amico, accendi il fuoco

Ti mostrerò

Una palla di neve.

(Matsuo Basho)

Avete mai provato a fare delle suggestive passeggiate con la ciaspole e godere dei nostri meravigliosi e spettacolari paesaggi?

Avete mai provato la sensazione adrenalinica nello scendere con lo slittino in mezzo al bosco al chiaro di luna?

Avete mai guidato una fat-bike sulla neve?

Avete mai costruito un pupazzo di neve o un igloo oppure pattinato su un lago ghiacciato?

Ecco che cosa racchiude per noi il significato della prima neve!

Neve limpida

Passerella di silenzio

E di bellezza

(Yuko)

E’ libertà, svago, divertimento e amore per il nostro territorio.

Anche per te la neve è importante?

 Scrivi qui sotto cosa ne pensi 👇

“Misteri, avventure e magiche creature. La val di Fassa tra fantasia e realtà” di Alberta Rossi

Ora che conosciamo bene la scrittrice Alberta Rossi vogliamo parlarvi del suo ultimo libro “Misteri, avventure e magiche creature. La val di Fassa tra fantasia e realtà”. Non mancheranno alcune curiosità sulla nostra amata Fata delle Dolomiti e qualche consiglio speciale  per visitare Moena al meglio!

Nell’ultimo libro che hai scritto “Misteri, avventure e magiche creature. La val di Fassa tra fantasia e realtà” ci sono 3 racconti che parlano proprio di Moena. Senza svelare il racconto ci vuoi dare qualche cenno?

Prima vorrei precisare che tutti i racconti si sviluppano in un registro che è a metà tra la fantasia e la realtà. Dunque, ci sono elementi di fantasia e altri reali come l’ambientazione. A tal proposito ci tengo a dire che ogni racconto, oltre a proporre delle illustrazioni molto belle di Elena Corradini, è accompagnato anche da una cartina che si può utilizzare per ripercorrere di persona i luoghi del racconto.

Inoltre, i racconti di questo libro vanno tutti a svelare i soprannomi degli abitanti dei singoli paesi e in qualche caso anche delle frazioni e Moena da questo punto di vista ne ha molti, tant’è che ho scritto ben tre racconti ambientati qui.

Il primo ha per titolo “La sorgente misteriosa” ed è ambientato a Forno di Moena. La particolarità di questo racconto è che ci porta a scoprire un luogo particolare la cosiddetta “Cava del bol” di Valsorda, una cava situata nell’alta Valsorda dove si estraeva l’ematite rossa, un minerale ferroso presente abbastanza frequentemente in natura che deve il nome al suo colore naturale. In ladino è detto “bol”. Dalla sua estrazione in passato si otteneva una tinta che veniva impiegata per scrivere e dipingere sui sassi e per decorare le case. Sono migliaia i segni lasciati sulle rocce, in particolare dai pastori nel corso della loro attività in montagna. La loro datazione va dalla preistoria all’età contemporanea. Se ne trovano ancora oggi sui massi sparsi lungo i pascoli abituali della popolazione di Medil ma anche sul lato orientale della media Valsorda, nonché sui versanti del monte Cornón, in val di Fiemme, e a sud del gruppo dolomitico del Latemar. E il soprannome degli abitanti di Forno è “musciac”, asini in italiano.

Il secondo svela il soprannome degli abitanti del paese di Moena che è “porcie” maiali, e questo racconto a me piace molto perché porta il lettore all’alpeggio di Moena, l’Alpe di Lusia, in autunno quando tutto si colora dei bellissimi colori autunnali oltre ad avere un finale particolare che ci porta fino a Penia di Canazei.

Nell’ultimo racconto invece troviamo i soprannomi delle tre frazioni principale del paese che sono Sorte dove abbiamo i cornacins o cornacchie, Someda dove abbiamo i cegn o cani e Pecé dove troviamo le rane.

Questo racconto è molto divertente e ha un personaggio particolare che è Don Enrico ispirato alla simpatia e al buon cuore dell’attuale vero parroco di Moena, Don Enrico. Lui assieme a tre ragazzi saranno coinvolti in una bella avventura a caccia di una strega.

Non voglio dirvi di più per non rovinarvi il racconto.

La tua conoscenza del paese di Moena va oltre le leggende, il territorio e la tradizione. Ci sono molte curiosità che conosci di Moena, vuoi raccontarcene qualcuna?

Possiamo dire senz’altro alcune curiosità come, ad esempio, che il vecchio nome del paese “Moyena” rinvia ad un luogo acquitrinoso tant’è che lo stemma ottocentesco del paese riporta un uomo su una barca.

Per rimanere invece sempre nell’ambito della leggenda, tutti sanno che Moena è chiamata anche la fata delle Dolomiti, ma in pochi sanno il perché.

Brevemente vi dico cosa accade. Tutto ebbe origine in tempi antichissimi quando sul Catinaccio viveva un popolo di nani con il loro re Laurino. Questo regno era nascosto da un bellissimo giardino di rose e pochissime persone osavano avvicinarsi. Un giorno Ladinia, la figlia del re, vide in lontananza un cavaliere, se ne innamorò e da quell’istante tutti i giorni felice cantava il suo amore. Il vento portò quella melodia al principe che un giorno arrivò fino al castello e portò via con sé Ladinia che, anche se dispiaciuta perché abbandonava il padre e il regno, fu felice di andare incontro a una nuova felicità.

Re Laurino però venne a sapere dal vento cos’era successo e se la prese con le rose del suo giardino perché con il loro colore avevano attirato il principe e fatto scoprire il suo regno, tradendolo. Così lanciò la maledizione e trasformò in pietra tutto il roseto affinché non si potesse vedere né di giorno, né di notte. Si dimenticò però del tramonto e ancora oggi, al crepuscolo, si vedono le rose rosse del giardino incantato. Da quel giorno quella montagna è chiamata Rosengarten, “Giardino delle rose”, e quel fenomeno così suggestivo che al crepuscolo tinge di rosa le cime è detto Enrosadira e caratterizza tutte le Dolomiti.

Trascorsero degli anni, Ladinia e il principe del Latemar, nel frattempo, avevano avuto tre figlie ed erano felici. Un giorno però il principe venne chiamato in guerra sul Ciadinon e per stargli vicino Ladinia e le figlie si trasferirono sulla conca soleggiata di Moena e sul sentiero che dal Latemar scende a Rancolin dalle orme lasciate dalla fata crebbero delle rose.

A Ladinia piacque talmente tanto Moena che da quel giorno cambiò il suo nome in quello di Moena. Inoltre, ancora oggi, se si raggiunge la località Rancolin, dove Moena dimorava, si possono ammirare delle bellissime rose canine, fiori che sbocciavano ovunque lei passasse.

Vuoi dare qualche consiglio a chi vuole visitare Moena?

Volentieri. Vi invito a scoprire la fata delle Dolomiti a 360°. Moena oltre ad avere molte bellezze naturali offre molto altro. Vi invito dunque a scovare i sentieri meno battuti e a visitare zone poco frequentate come i boschi. Vi consiglio di scoprire non solo le bellezze naturali di Moena, ma anche quelle culturali che vanno dalla sua storia alla sua lingua, specchi anch’esse di un paese che ha tanto da offrire. Vi invito a visitarla tutto l’anno, anche l’autunno e la primavera qui sono magici.

 

Sei vuoi rimanere sempre aggiornato segui il blog di Alberta.

Piccoli e grandi gioielli del bosco

La Baita Sas da Ciamp

Sono un camminatore di media montagna, potrei definire così chi come me preferisce camminare in mezzo ai boschi e arrivare poi a quote più alte, dove il panorama si estende quasi all’infinito. Non è frequente incontrare persone nei boschi, è un ambiente che così risulta intimo, silenzioso e tranquillo, popolato da creature semplici e diffidenti. 

Il bosco ti accoglie a qualsiasi ora del giorno e della notte. Alle nostre quote è vicino a casa, spesso non serve nemmeno l’auto per arrivarci, bastano pochi minuti a piedi e ci si infila in un mondo che trasforma una passeggiata in avventura, se si ha l’occhio attento alle cose che ti circondano. 

Il bosco ti protegge dal sole e dal vento, a volte anche dalla pioggia, non c’è quasi mai motivo per rinunciare ad andarci, non servono impianti di risalita, non c’è una stagione di apertura e di chiusura, il bosco è sempre aperto. 

Ti immergi in 4 stagioni diverse, una ciclicità lunga un anno che ti permette di non annoiarti mai, perché ogni stagione ha il suo carattere. Alberi, cespugli, fiori, animali sono diversi, perfino il suono del bosco è diverso. 

La tranquillità che ti circonda ti permette di immergerti nei pensieri senza disturbi. Rifletti, inventi, ricordi, organizzi, finché ti fermi seduto sugli aghi di pino sempre asciutti, godendo dei raggi di sole che filtrano tra i tronchi. E poi riparti. 

Intanto sali, precorrendo strade sterrate, sentieri segnati, sentieri non segnati, con il tempo poi cerchi e impari scorciatoie, scopri posti nuovi. E ci devi arrivare, per scoprirli, perché nel bosco non vedi lontano. Impari la fiducia, e ad apprezzare quello che vedi vicino a te. 

Salendo, il bosco si fa sempre più rado, gli scorci tra gli alberi si fanno sempre più ampi, e poco a poco cominci a vedere i paesini dall’alto, le montagne. Gli abeti e i larici cominciano a lasciare il posto ai cirmoli, l’erba comincia ad essere popolata da cespugli di rododendro, la luce aumenta, e l’ambiente cambia. 

Molti boschi di Moena, ma di solito è così in tutti i paesini vicini, proprio al confine tra il bosco e le prime rocce della montagna, nascondono, per così dire, dei piccoli grandi gioielli. Non sono così nascosti, sono solo poco conosciuti, poco frequentati, perché per salire fino lassù ci vuole pazienza, forza e fiducia. 

Come avrai capito già dall’immagine di apertura, i gioielli sono le baite, piccoli rifugi alpini solitamente aperti a tutti, e quella che ho il privilegio di mostrare oggi è la baita abbarbicata su una collinetta, sul monte Sas da Ciamp, la montagna alle spalle di Sorte, la frazione ad ovest di Moena, con le sue caratteristiche frane che tagliano l’omogeneità del bosco. 

Questa baita è l’ultima nata nell’area di Moena, è nata nel 2020. Ha il tetto con piccoli spioventi per resistere alla forza del vento, è lontana dalle valanghe. E’ piccola e accogliente, con una stufa, un letto a castello, due finestrine e a pochi passi dalla cima del Sas da Ciamp, da dove si può vedere la Val di Fassa, il Passo Carezza, la Valle di San Pellegrino, Moena e naturalmente tutte le creste che separano il cielo dalla terra. 

Gli alberi caduti durante la Tempesta Vaia hanno chiuso il sentiero originario, quello che da Sorte, e poi dalla località Peniola, saliva piuttosto ripido fino all’avvallamento al cui fianco sta la baita. Per arrivarci ora bisogna allungare il percorso di un bel po’, ma questo allungamento fa scoprire altri gioielli, che però farò brillare in un altro capitolo dei “Piccoli e grandi gioielli del bosco”. 

Il Principe pitocco e l’unguento magico 2 parte

L'origine del soprannome di Moena

3ª PARTE

Chi ti dà del maiale pensando di offenderti è uno stolto, giacché non solo non conosce la tua storia, ma nemmeno il valore di un maiale. Devi sapere che, moltissimi anni fa, a Moena viveva un uomo di sangue nobile e molto ricco. Abitava in un castello e si racconta fosse addirittura un principe».
Vigilio ascoltava attento: «A Moena un principe? Un castello? Wow…». «Lungo la strada Salejada, dove ancora oggi c’è un edificio detto Ciastel de la pitocaia, “Castello della pitoccheria”», proseguì suo padre, «abitava il principe con la sua servitù. Possedeva terreni, bestiame, cavalli e una grande stalla con tantissimi maiali. Come ben sai, il maiale è sempre stato un animale prezioso per l’uomo. Del maiale non si butta nulla, nemmeno il sangue. Pensa che tua nonna con il sangue preparava una torta, e sapessi come buona!».
Non vi dico le smorfie che faceva Vigilio. Che disgusto! Per fortuna sua madre non faceva torte simili! «E poi», continuò il padre, «il maiale è un animale intelligente: ha orecchio e naso molto fine, tant’è che in altre parti d’Italia viene impiegato nella ricerca del tartufo. Comunque… torniamo al principe. Si chiamava Vigilio come te, in onore del nostro santo patrono, e parte della sua fortuna l’aveva fatta proprio grazie ai suoi maiali. Egli vendeva la carne e con il grasso preparava un unguento particolare, usato per guarire le malattie della pelle, come per esempio il fuoco di sant’Antonio. Era un gran devoto di questo santo e, come lui, realizzava questo unguento miracoloso. Per questo aveva voluto nel suo castello una cappella, e sulla porta della stalla aveva fatto dipingere un bel ritratto del santo con accanto un maiale e altri animali domestici.
Il principe era ricco, ma aveva anche la fama di essere molto tirchio. Perciò si era guadagnato il soprannome di Prinzipe pitòch, ovvero “Principe pitocco” e il castello era chiamato quindi Ciastel da la pitocaia, “Castello della pitoccheria”.
Si racconta che, una volta all’anno ‒ ed esattamente il due di novembre in occasione della Fiera di sènc, la Fiera dei santi, organizzata in occasione della festa di Ognissanti appunto ‒ il principe si presentava con la sua servitù per commerciare i maiali e l’unguento. Persone provenienti da tutti i paesi della valle e dalle valli vicine giungevano a Moena per mercanteggiare, soprattutto animali. Era bello vedere tanti animali in giro per il paese e in particolare tutti quei maiali. Il suono di campane e campanellini di ogni misura rendeva il tutto allegro e festoso, soprattutto per i bambini.

Un anno però c’era stata una grande carestia. In quell’occasione l’atmosfera era stata ben diversa. In paese era giunta poca gente, gli animali erano pochissimi e ancora meno le persone che potevano spendere o che avevano qualcosa da offrire. Non era stata una festa come le altre: di allegro aveva avuto ben poco e si era conclusa prima del solito. Quella sera, fra le persone che tornarono a casa dalla fiera, c’era anche il principe. Era molto triste, non tanto per gli affari miseri, quanto perché avvertiva un grande disagio. Era sì tirchio, ma in realtà aveva anche un gran cuore e non sopportava l’idea che la sua gente fosse in miseria. Sapeva che avrebbe potuto fare qualcosa… ma cosa? Cosa poteva fare per aiutare tutta quella gente? Si recò nella cappella e pregò sant’Antonio. Gli affidò i suoi pensieri, si recò a letto e, come spesso avviene, la risposta gli fu rivelata in sogno.
Il giorno seguente, di primo mattino, si alzò di buonumore e mandò a chiamare il suo servitore più giovane e gli disse: «Domani è domenica. Dopo la messa chiamerai a raccolta tutti i capifamiglia del paese e dirai loro che si facciano trovare alle due del pomeriggio nel mio prato a Someda. Loro sanno qual è. Lì, porterai tanti maiali quanti ne bastano per sfamare le famiglie più povere del paese di Moena. Loro ti aiuteranno. Una volta terminato, qualcuno ti darà una mano a portarne quanti ne servono a Soraga. Poi proseguirai e ne porterete quanti ne occorrono a Vigo e così di seguito, fino ad Alba e Penia di Canazei. Ad Alba gli uomini di tutta la valle costruiranno una chiesa dedicata a sant’Antonio, il quale proteggerà le case e le stalle della gente di Fassa e non conosceremo più carestia».
Il giorno seguente, su quel prato, che da quel giorno si chiama Ciamporcel ‒ ovvero “Campo del maiale” ‒ le famiglie più povere del paese ricevettero in dono un maiale, e una carovana di maiali partì alla volta dell’alta valle. Non potete nemmeno immaginare quale gioia portò ovunque quello scampanellìo. Ogni giorno la spedizione raggiungeva un nuovo paese, e quando arrivò a Penia, la fama del Principe Vigilio era giunta perfino nelle valli limitrofe. Quell’autunno e quell’inverno molti furono gli uomini che si diedero da fare per la costruzione della chiesa e, dall’anno seguente, il 17 gennaio, festa di sant’Antonio Abate, tutta la popolazione della val di Fassa si reca a Alba per la sagra e fa una grande festa.
Caro Vigilio, è da allora che gli abitanti di Moena vengono soprannominati “maiali”, dunque vanne fiero e ricorda che è importante conoscere le proprie radici: attraverso di esse puoi capire molto di te, della tua famiglia e della tua storia».

FINE

Ti sei appassionato alla storia di Alberta Rossi? Leggi il suo blog, oppure ordina il libro con un semplice clic: Misteri, avventure e magiche creature – Curcu Genovese. 

Il Principe pitocco e l’unguento magico

Moena

1ª PARTE

Vigilio era un ragazzo di Moena. Abitava vicino a Piazza Ramon, in una stradina chiamata Strada de Ciavadela. Aveva tredici anni, era “quasi un uomo” come gli diceva suo padre, ed era molto vivace. La sua grande passione era il bosco: gli piaceva trascorrere il tempo nei boschi sopra casa, scoprire la natura e i suoi segreti. Stava ore intere a osservare un formicaio oppure ad aspettare che uno scoiattolo scendesse da un abete. Osservare la natura e rispettarne i tempi erano due attività che aveva appreso dal padre il quale era un cacciatore anche se, in verità, un po’ anomalo. Infatti egli amava gli animali e la licenza di caccia l’aveva conseguita da giovane quando per poter mangiare ci si doveva arrangiare soprattutto con quello che offriva la natura. A quei tempi i fucili non erano un granché, la licenza costava poco e chi andava a caccia doveva camminare molto.
A casa sua, quando si uccideva un animale, si faceva una sorta di festa e tutto veniva eseguito seguendo un rituale. Si ringraziava l’animale per il nutrimento che offriva, e si imparava anche a conoscerlo e a prendersene cura, se necessario, durante la sua vita. Quando ad esempio, durante gli inverni gelidi, i caprioli uscivano dal bosco e si avvicinavano alle case in cerca di cibo, si preparavano al limitare del bosco alcune mangiatoie con fieno e pane secco.
Vigilio aveva sentito suo padre raccontare di quei tempi un’infinità di volte. Quando andavano a caccia, facevano lunghe camminate e parlavano molto. Una volta arrivati, si posizionavano in posta, come si dice in gergo, appoggiavano il fucile su una piccola altura e si abbandonavano ad ammirare il sole che nasceva o che tramontava. Se poi passava di lì un animale, grande o piccolo che fosse, lo osservavano sempre con grande stupore. Di rado uccidevano. Per loro andare a caccia era prendersi del tempo per sé, stare a contatto con la natura e anche farsi qualche confidenza.
Anche quella sera d’autunno Vigilio e suo padre erano andati a caccia. Il sole sarebbe tramontato da lì a poche ore. Avevano preparato gli zaini ed erano saliti all’Alpe di Lusia, l’alpeggio di Moena. Lassù, in quella stagione, c’era una pace incredibile. I colori erano straordinari e chiunque, una volta visti, avrebbe faticato a non cedere alla tentazione di tornare per ammirarli. Il sole stava quasi scomparendo. Le lunghe ombre dei larici sembravano animarsi. Era fantastico. Su un colle, avvolti in una coperta, Vigilio e suo padre si godevano in silenzio quello spettacolo.
Il ragazzo era insolitamente taciturno e suo padre, che lo conosceva bene, gli chiese cosa avesse. Vigilio raccontò che quel giorno a scuola un suo compagno l’aveva preso in giro dicendogli che era un maiale poiché gli abitanti di Moena vengono soprannominati porcìe, ovvero “maiali”, ma egli non ne era a conoscenza e non comprendeva nemmeno la ragione di quell’appellativo poco elegante. Perciò c’era rimasto malissimo e non aveva saputo replicare.
Il padre scoppiò a ridere, lo guardò negli occhi e disse: «Figlio mio, è ora che tu conosca le tue radici.

LEGGI IL PROSSIMO POST PER SAPERE COME PROSEGUE LA NOSTRA STORIA

Ti sei appassionato alla storia di Alberta Rossi? Leggi il suo blog, oppure ordina il libro con un semplice clic: Misteri, avventure e magiche creature – Curcu Genovese.

 

Francesco e la sua Creazione

Francesco Chiocchetti “Pelin” è classe 72 e vive a Moena, o meglio – e ci tiene molto a dirlo – vive a Someda, una delle frazioni di Moena posizionata ai piedi del monte Piz Meda. E’ un falegname molto particolare, perché prima di esserlo ha saputo esprimersi benissimo anche in cucina in hotel ed in pasticceria. Infatti con regolarità organizza a casa sua, per gli amici, golose cene cucinate completamente da lui. E’ sportivo e non trascura la forma fisica, dedicando alle escursioni, alla corsa e allo sci alpinismo gran parte del suo (poco) tempo libero. Da una decina di anni ha la sua falegnameria, quindi, oltre ad essere artigiano, ha saputo sfidare anche la complessa vita da imprenditore. La tenacia, la curiosità, la manualità e il senso pratico lo hanno portato anche a portare a compimento realizzazioni particolari. Ad esempio, pur poco portato alla tecnologia e all’informatica, ha pensato di costruirsi da solo un “CNC”, una macchina a controllo numerico, cioè un dispositivo di ferro, meccanica ed elettronica che, comandato da un computer, ritaglia, modella e incide il legno.

Con il CNC ora produce in serie elementi di balconi, serramenti, componenti di mobili di arredamento, oggetti di arredo anche complessi come ad esempio un bellissimo orologio gigante da parete con cinturino alto quasi un metro. Siccome la banalità gli va stretta, dopo aver scoperto le caratteristiche della fibra di carbonio, resistendo a numerosi tentativi e fallimenti, già da qualche anno realizza con successo sci da alpinismo leggerissimi in legno e carbonio, che distribuisce semplicemente agli amici. Raggiunta una buona competenza nella lavorazione del carbonio ha fatto un altro passo avanti, impiegando qualche anno in studi, progetti e tentativi: ha realizzato il primo prototipo di telaio di mountain bike assemblandoci poi una vera mountain bike.

Francesco non è un animale da palcoscenico, le sue avventure le condivide con gli amici più stretti, ed essendo una persona molto generosa, trova sempre qualcuno disposto a dargli una mano. La notizia della costruzione di questo telaio in legno e carbonio ha fatto velocemente il giro dei social, ed è stata raccolta da un ottimo costruttore di biciclette che ha condiviso la notizia sulla propria pagina Facebook. La notizia l’abbiamo raccolta anche noi di moena.it perché pensiamo che ne vada dato il giusto merito e risalto, con la speranza di poter contribuire al suo sogno di poter trasformare questo mix di passioni in una nuova professione.

Conosci Francesco in questa breve video intervista! Se sei interessato a questa sua avventura contattalo!

+39 339 465 5948
info@falegnameriapelin.it
www.falegnameriapelin.it

La sorgente misteriosa 3 parte

Salvan

3ª PARTE

In verità il salvan non era arrabbiato. Era divertito e se la rideva sotto i baffi, ma mantenne un’espressione seria così da continuare il suo scherzo e disse:

«Donca picoi fornac
ve l’aede cavada
e ajache no l’aede falada,
ve lasceré en don tant l bol che l’èga
se saede co far a lasciar chesta valada».

«Dunque piccoli abitanti di Forno,
ce l’avete fatta
e visto che non l’avete mancata,
vi lascerò in dono sia l’ematite che l’acqua
se riuscirete a lasciare questa vallata».

Figuratevi lo stupore dei due fratelli. 

Invece il salvan fu di parola e donò loro due coppette in legno. In una vi era l’ematite e nell’altra l’acqua. Giacomo e Filippo non riuscivano a credere a quanto stava succedendo, sembrava tutto un sogno: non proferirono più alcuna parola e, chinato il capo in segno di riconoscenza, ripresero il sentiero che portava a casa.
Non fu facile scendere senza rovesciare nulla e, quando finalmente spuntarono dal limitare del bosco, il sole stava per tramontare e gli animali erano ancora nello stesso prato dove li avevano lasciati. «Meno male», disse Giacomo, tirando un sospiro di sollievo. «Che fortuna che abbiamo avuto», aggiunse Filippo. E Giacomo ancora: «Che paura però. Adesso portiamo tutto a casa e tu non farti mai più venire in mente certe cose!». «Hai ragione», rispose il fratello, «però prima di mostrare al papà e alla mamma cosa abbiamo portato, raccontiamo loro la nostra avventura. Nel frattempo queste due ciotole le nascondo nella stalla».
Così durante la cena i due raccontarono per filo e per segno cosa era successo, e quando venne il momento di mostrare i doni del salvan, si recarono nella stalla. Aprirono il grande portone e… cosa videro? L’asino si era bevuto tutta l’acqua e con il muso ancora arrossato dall’ematite aveva abbellito i muri di un bel colore rosso naturale. Giacomo e Filippo si guardarono: “Era di nuovo uno scherzo di quel… coso? Quell’uomo selvatico?”.
Il padre osservò la scena e, con un’espressione che ricordava quella del salvan quando li aveva beccati in flagrante, rivolto ai figli disse:

«No le aede mia dute a cuert:
siede valenc, ma ence bogn zucogn,
siede desche chel,
doi asegn e mutogn!».

«Siete un po’ bislacchi:
siete buoni, ma anche dei gran zucconi,
siete come quello,
due asini e tontoloni!».

Da allora gli abitanti di Forno sono chiamati musciac, ovvero asini, come si dice in ladino fassano o anche musciati, come li chiamò dal quel giorno la loro madre.

FINE

Ti sei appassionato alla storia di Alberta Rossi? Leggi il suo blog, oppure ordina il libro con un semplice clic: Misteri, avventure e magiche creature – Curcu Genovese.