La sorgente misteriosa 3 parte

Salvan

3ª PARTE

In verità il salvan non era arrabbiato. Era divertito e se la rideva sotto i baffi, ma mantenne un’espressione seria così da continuare il suo scherzo e disse:

«Donca picoi fornac
ve l’aede cavada
e ajache no l’aede falada,
ve lasceré en don tant l bol che l’èga
se saede co far a lasciar chesta valada».

«Dunque piccoli abitanti di Forno,
ce l’avete fatta
e visto che non l’avete mancata,
vi lascerò in dono sia l’ematite che l’acqua
se riuscirete a lasciare questa vallata».

Figuratevi lo stupore dei due fratelli. 

Invece il salvan fu di parola e donò loro due coppette in legno. In una vi era l’ematite e nell’altra l’acqua. Giacomo e Filippo non riuscivano a credere a quanto stava succedendo, sembrava tutto un sogno: non proferirono più alcuna parola e, chinato il capo in segno di riconoscenza, ripresero il sentiero che portava a casa.
Non fu facile scendere senza rovesciare nulla e, quando finalmente spuntarono dal limitare del bosco, il sole stava per tramontare e gli animali erano ancora nello stesso prato dove li avevano lasciati. «Meno male», disse Giacomo, tirando un sospiro di sollievo. «Che fortuna che abbiamo avuto», aggiunse Filippo. E Giacomo ancora: «Che paura però. Adesso portiamo tutto a casa e tu non farti mai più venire in mente certe cose!». «Hai ragione», rispose il fratello, «però prima di mostrare al papà e alla mamma cosa abbiamo portato, raccontiamo loro la nostra avventura. Nel frattempo queste due ciotole le nascondo nella stalla».
Così durante la cena i due raccontarono per filo e per segno cosa era successo, e quando venne il momento di mostrare i doni del salvan, si recarono nella stalla. Aprirono il grande portone e… cosa videro? L’asino si era bevuto tutta l’acqua e con il muso ancora arrossato dall’ematite aveva abbellito i muri di un bel colore rosso naturale. Giacomo e Filippo si guardarono: “Era di nuovo uno scherzo di quel… coso? Quell’uomo selvatico?”.
Il padre osservò la scena e, con un’espressione che ricordava quella del salvan quando li aveva beccati in flagrante, rivolto ai figli disse:

«No le aede mia dute a cuert:
siede valenc, ma ence bogn zucogn,
siede desche chel,
doi asegn e mutogn!».

«Siete un po’ bislacchi:
siete buoni, ma anche dei gran zucconi,
siete come quello,
due asini e tontoloni!».

Da allora gli abitanti di Forno sono chiamati musciac, ovvero asini, come si dice in ladino fassano o anche musciati, come li chiamò dal quel giorno la loro madre.

FINE

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La sorgente misteriosa 2 parte

La sorgente misteriosa

2ª PARTE

Camminarono a lungo finché, a un certo punto, si accorsero di non riuscire bene a comprendere quanto tempo fosse trascorso dalla loro partenza. Era una sensazione strana, il tempo sembrava come sospeso.
Mai avrebbero potuto immaginare cosa stava accadendo. Il salvan li aveva visti arrivare e, uditi i loro discorsi, aveva deciso di divertirsi un pochino. Aveva così pronunciato un incantesimo secondo il quale chi giungeva nel bosco perdeva la concezione del tempo.
Nel mentre, poco distante dal sentiero, Filippo e Giacomo videro una sorgente d’acqua zampillante che veniva raccolta in alcuni tronchi scavati a mo’ di fontana. Subito pensarono che si trattasse di una sorta di contenitori d’acqua per gli animali del bosco ma in seguito sorse loro un dubbio. E se fosse stata quella l’acqua benedetta? Come fare però per saperlo?! E anche se si fosse trattato dell’acqua che cercavano… come avrebbero fatto a portarla a casa? Non avevano portato nulla con sé e… toh, chi si vede! I due fratelli erano rimasti impietriti: il salvan era davanti ai loro occhi in carne, ossa e pelo, molto pelo coperto in parte da corteccia di albero e da pigne. Mamma mia quanto era brutto!
Il salvan si avvicinò e li osservò a lungo, in silenzio; girò loro attorno e, infine, disse alcune parole. La sua lingua sembrava quasi ladino, ma era diversa, forse un ladino arcaico. In verità non si capiva bene cosa dicesse. Di certo è, che di quella parlata triviale, i due fratelli riuscirono a intendere solo che quell’acqua era per gli animali del bosco e che la sorgente si chiamava Brenc. Quella che cercavano loro invece si trovava più avanti e in un luogo molto difficile da raggiungere. Egli avrebbe potuto aiutarli, ma a una condizione: prima avrebbero dovuto conquistare la cima della Valsorda, trovare la cava del bol ‒ ossia le miniere di ematite ocra rossa ‒ e prenderne un po’ per lui, dopodiché li avrebbe aiutati.
Un tempo, con questa pietra rossa e friabile, i pastori e i cacciatori tracciavano sulle rocce delle montagne scene di vita pastorale, di caccia e frasi che volevano lasciare come segno del loro passaggio. Il salvan ne voleva un po’ per sé per decorare la sua grotta.
Non ci voleva anche questa! Fortunatamente ai due ragazzi sovvennero le parole del padre e così acconsentirono alla richiesta del salvan e, seppur controvoglia, salirono verso la cava. Ci volle un bel po’ prima che raggiungessero la meta e, una volta arrivati, non riuscirono a trovare nulla. Lassù c’era ancora un bel po’ di neve che ricopriva ogni cosa con la sua coltre bianca. Fu allora che si resero conto che, sebbene avessero attraversato il bosco bagnato e camminato in pozzanghere, macchie di neve e d’essersi immersi fino al ginocchio, erano ancora perfettamente asciutti e puliti.
«Che magia è mai questa?» disse Filippo ad alta voce rivolgendosi a Giacomo. «Dovremmo essere bagnati e sporchi. Qui c’è qualcosa di misterioso, fidati». «Beh, di che ti lamenti?» rispose il fratello. «Almeno nostra madre non si arrabbia. Se qui c’è da preoccuparsi è per qualcos’altro. Ormai siamo sicuramente via da un bel po’ di tempo, sono successe troppe cose… speriamo di tornare prima che faccia buio. Certo però che è strano… in verità qui tutto sembra strano e la cosa non mi piace per nulla».
Eh sì, non c’era tempo da perdere.
Finalmente più tardi arrivarono in cima, trovarono la cava e, grazie agli attrezzi consegnati loro dal salvan, riuscirono a raccogliere l’ematite. La riposero con cura in un sacchetto e cominciarono a scendere rapidamente. Mentre stavano scendendo, improvvisamente udirono un rumore forte, come il frastuono di un vigoroso corso d’acqua. Si fermarono e videro una bellissima cascata, poco dietro il colle dove si trovavano. Il sole penetrava attraverso i rami degli abeti ancora ricoperti di neve, illuminandola. «Che acqua! Sembra miracolosa!» disse Giacomo. «Vuoi vedere che è l’acqua che cercavamo?» rispose Filippo. «Pensa, non dovremo neppure tornare dal salvan. Se ci affrettiamo riusciremo a portare a papà l’acqua e l’ematite, così potrà tinteggiare tutta la casa e benedirla».
Il ragazzo aveva appena finito di proferire le ultime parole che, da dietro un sasso, vide spuntare la testa del salvan. I due fratelli impallidirono… avevano pensato di derubare il salvan della sua ematite, ma non avrebbero mai dovuto neppure prendere in considerazione un’idea del genere! Probabilmente sarebbero finiti in un pentolone e, poi, chissà.

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La sorgente misteriosa 1 parte

La sorgente misteriosa

1ª PARTE

«Filippo, Giacomo, venite!».

Era un sabato pomeriggio di una primavera anticipata. Due fratelli dai capelli del colore del grano maturo stavano bighellonando con alcuni amici sotto casa. Abitavano con i genitori nella piccola frazione di Forno, non lontano da Moena. Erano gemelli e portavano lo stesso nome dei santi patroni del vicino paese di Predazzo, in val di Fiemme. La loro madre era originaria di lì e loro erano nati proprio il venticinque luglio, giorno della sagra del paese.

«Arriviamo». I due erano corsi subito dal padre che li attendeva davanti all’uscio della stalla. «Sentite ragazzi, oggi è una bellissima giornata. Ho visto che in alcune zone, qua vicino, si comincia già a vedere la prima erba nei prati. Potreste condurre le mucche e l’asino un po’ all’aperto. In quel prato sotto casa esposto al sole la neve si è già sciolta. Andateci, ma mi raccomando non andate oltre l’Arca. Che non vi venga in mente di allontanarvi. Non vorrei mai che incontraste il salvan o qualche bregostana».

I due si guardarono dubbiosi e Giacomo, il quale di solito era il più lento a capire le cose, disse a suo padre: «Arca? Io ho già sentito parlare di quella di Noè! Salvan? Bregostana? E chi sono costoro?». «Devo spiegarvi proprio tutto?» disse il padre alzando le braccia al cielo. «Non si può abitare in queste zone e non sapere certe cose! Possono rivelarsi d’importanza vitale, soprattutto quando si abita vicino al bosco. L’Arca non è altro che quel grande prato qui vicino. Si chiama così perché animali e persone possono starci al sicuro come sull’arca di Noè. In tempi remoti quella zona è stata benedetta con un’acqua speciale che ha la sorgente in Valsorda. È per questo motivo che lì non arrivano mai lupi malintenzionati, e nemmeno ladri, streghe o bregostane. Nessuno. Lì siete al sicuro».

«In Valsorda? Qui sopra casa papà?» lo interruppe Giacomo. «Sì, proprio qui vicino. Peccato che non si riesca più a trovare quella sorgente, altrimenti spargerei un po’ di quell’acqua anche attorno a casa e nel bosco. Comunque avete capito? Ah, a proposito del salvan: è un essere coperto di peli, corteccia di albero e pigne, e ha una barba molto lunga. Vive nelle caverne delle montagne e tutto sommato è buono. Ma guai a chi lo fa arrabbiare. È molto forte fisicamente ed è meglio tenerselo buono».

Poi, come immerso in una visione si interruppe e, poco dopo, riprese dicendo: «Un’ultima cosa, ragazzi: mio padre, quando ero giovane come voi, un giorno che eravamo al pascolo con le capre nella zona qui sopra casa e ancor più su, oltre le case di Medil, mi aveva mostrato una piccola caverna e mi aveva detto:

«Chel l’é l cógol del salvan.
Chel dì che tu l scontre
pol esser che tu aesse bon
o che tu aesse dan.
Varda che che tu dis
e che che tu fas,
a el no ge sćiampa
nince se tu möve l nas.
Ma se tu te mosceras valent,
calche secret l te conterà
e to vita mudar la poderà».

«Quella è la grotta del salvan.
Il giorno che lo incontri
può essere un giorno fortunato
o che tu sia scalognato.
Stai attento a quel che fai
e a ciò che dici,
a lui non sfugge
nemmeno se muovi le narici.
Ma se ti dimostrerai buono,
qualche segreto ti svelerà
e la tua vita mutare potrà».

Così mi aveva detto, ma in verità, io non ho mai incontrato il salvan. Comunque adesso che vi ho messi in guardia, andate e prestate attenzione! Ci vediamo all’ora di cena».

Che storie bizzarre! I due erano rimasti a bocca aperta. Giacomo era piuttosto impaurito e Filippo non smetteva di pensare alle parole del padre. Fecero uscire gli animali dalla stalla e si recarono verso il prato chiamato l’Arca.

Stare all’aria aperta in una giornata come quella, dopo il freddo del lungo inverno, era davvero piacevole e la mattinata passò velocemente. Durante il pomeriggio Filippo, il quale pensava sempre di saperne una più del diavolo, disse a suo fratello: «Senti Giacomo, io andrei a farmi un giretto nel bosco. Mi sono stufato di stare qua. Voglio provare a cercare quest’acqua benedetta. Pensa, se la troviamo possiamo far benedire tutta la casa… ma che dico, ci facciamo benedire anche noi, così non avremo mai più paura di nulla!» e scoppiò in una fragorosa risata. Giacomo gli rispose: «Non passa giorno che non pensi o combini qualcosa di strano. Comunque da solo non vai da nessuna parte, vengo anch’io con te. Per un po’ lasceremo qui gli animali da soli. Cerchiamo però di fare in fretta».

E così, in un batter d’occhio, scomparvero dal prato, per riapparire sul sentiero che percorre la Valsorda, una valle stretta e ripida che segue il corso di un torrente. Il bosco era fittissimo con una vegetazione molto ricca. L’ambiente era così umido che pareva di essere in una foresta tropicale, anziché in un bosco vicino a casa….

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Torta di Grano Saraceno

i dolci della tradizione trentina

Dopo una lunga passeggiata o una mattinata trascorsa sugli sci, non c’è nulla di meglio che fermarsi in un rifugio e gustare un appetitoso pasto. Chi sceglie un buon piatto di polenta con funghi e formaggio, chi preferisce i tipici ciajoncie da fighes, ma siamo tutti d’accordo che non può mancare il dolce. Uno dei nostri preferiti è la Torta di Grano Saraceno.

Tipica dell’Alto Adige, è una torta sofficissima, con un cuore di marmellata di mirtilli rossi. Chi non ha mai provato questo buonissimo dolce che mette d’accordo grandi e bambini? 

Nell’attesa di poter finalmente gustarne una fetta, preferibilmente con una spettacolare vista sulle nostre amate Dolomiti, ne approfittiamo per lasciarvi la nostra ricetta. C’è chi la prepara con nocciole e chi con mandorle, chi aggiunge una mela nell’impasto e chi senza. E tu quale ricetta preferisci? Condividi con noi la tua variante!

 

ricetta della torta di grano saraceno

Ingredienti

  •  250 gr di farina di grano saraceno;
  • 250 gr di nocciole finemente tritate (in alternativa mandorle);
  • 200 gr di burro a temperatura ambiente;
  • 200 gr di zucchero di canna fine;
  • 6 uova;
  • 1 cucchiaino di cannella;
  • 1 cucchiaino di zucchero vanigliato;
  • 1/2 bustina di lievito per dolci;
  • marmellata di mirtilli rossi;
  • zucchero a velo.

Procedimento per la torta di grano saraceno

  • Iniziamo separando i tuorli dagli albumi che andiamo subito a lavorare con una frusta elettrica. Quando saranno montati ma non completamente fermi, aggiungiamo metà del nostro zucchero, cioè 100gr.
  • In un’altra ciotola andiamo ad unire e a mischiare per bene i nostri ingredienti secchi: farina di grano saraceno precedentemente setacciata, le nocciole finemente tritate, il lievito per dolci e la cannella.
  • In un altro recipiente, andiamo a lavorare i 200gr di burro con i restanti 100gr di zucchero a cui aggiungiamo anche quello vanigliato. Una volta che tutti gli ingredienti sono ben amalgamati e abbiamo ottenuto un composto schiumoso, aggiungiamo i tuorli, uno alla volta.
  •  Al composto di tuorli, burro e zucchero, aggiungiamo lentamente i nostri ingredienti secchi. Si avrà un composto abbastanza duro, a cui uniremo gli albumi precedentemente montati a neve. Importante è unire i due composti con un movimento dal basso verso l’alto. Questo serve per non smontare gli albumi e incorporare aria e rendere più soffice la nostra torta.
  • Quando tutti i nostri ingredienti sono uniti, andiamo a versare il tutto in una tortiera dal diametro di 24 cm, precedentemente imburrata e spolverata di farina. Mettiamo il nostro impasto nel forno già caldo a 180° per 40-45 min. Passati i 40 minuti fare la prova dello stuzzichino per verificare se la nostra torta è pronta.
  • Al termine della cottura, lasciamo che la nostra torta si raffreddi completamente per poi andarla a tagliare e ricoprire il suo interno di gusto marmellata di mirtilli rossi.
  • Ora non ci resta che richiuderla e cospargela di zucchero a velo.

Noi siamo già pronti per tagliare una bella fetta! Se anche tu hai provato questa ricetta, condividi con noi le tue foto e le tue variazioni!

Rosy e la sua malga da fiaba

Sono le sei del mattino, quattro caprioli si muovono lenti e delicati sul prato di fronte a Malga Roncac. Sanno che Rosy sta per arrivare, con la loro colazione. Da dicembre a fine aprile, sono proprio loro i primi clienti di questa incantevole malga, vicinissima al centro del paese ma magicamente solitaria. La proprietaria, Rosy appunto il suo nome, acquista appositamente per loro uno speciale mangime che fa arrivare dall’Austria: non avrebbe creato Malga Roncac, se non amasse così profondamente la natura e soprattutto gli animali.

La incontro qualche pomeriggio fa, mi accoglie con il suo solito sorriso allegro e la sua voce passionale. Sta riorganizzando la disposizione dei tavoli all’interno della piccola ed accogliente sala in legno, in vista della prossima riapertura, prevista per il 6 giugno.

Come sarà il primo giorno di lavoro, dopo questa lunga pausa? – le chiedo.

Ci riflette su, mentre mi prepara il caffè e me lo serve con un goccino di latte freddo a parte, proprio come piace a me. Lei è fatta così, locandiera attenta che non manca mai una coccola ai propri ospiti. E mentre penso si sia dimenticata della mia domanda, esclama tutto d’un fiato:

Non vedo l’ora! Sono così felice di ritrovare i miei clienti! Penso sarò anche un po’ in tensione, com’è giusto e normale che sia per chi tiene tanto al proprio lavoro.

Eh già, perché Rosy ci tiene davvero tanto alla sua cara Malga Roncac e ai suoi frequentatori, nuove conoscenze o amici di lunga data. Proprio il 10 luglio prossimo Malga Roncac festeggerà i suoi primi 10 anni, che per Rosy sono dieci anni di impegno, passione, fatica ma anche di tante soddisfazioni e dimostrazioni di affetto, come testimoniano le innumerevoli telefonate che ha ricevuto negli ultimi mesi da tutte le persone che volevano sincerarsi di poter gustare di nuovo una cena qui, durante l’estate ormai alle porte.

Cosa ti è mancato di più in questo periodo?

La cosa che mi è dispiaciuta di più è che non ho potuto organizzare la mia solita cena per i cani, quella che proponiamo sempre verso la fine di marzo. E’ un appuntamento particolare, una serata dedicata tutta ai nostri amici a quattro zampe, i protagonisti sono loro! Il menù è tutto per loro, con pietanze a base di carne bianca al vapore, verdure e scaglie di Trentingrana, che a loro piace tanto!

Per i proprietari scelgo io, comunque qualcosa di semplice, come uno spaghetto o una zuppa. Si devono accontentare, non sono loro gli ospiti più importanti per una volta! –

Non ricordo se vi avevo già scritto che Rosy ama gli animali… 😄

Rosy, toglimi una curiosità. Qual è il tuo piatto preferito, tra quelli del tuo menù?

Questa volta la risposta arriva veloce come la corsa di una lepre che abita in questi luoghi.

Sicuramente i “Tagliolini con Porcini e Ricotta Affumicata”. Perché sono la sintesi perfetta della nostra filosofia di cucina: la pasta, fatta rigorosamente da noi, con tantissimi rossi d’uovo, più di tre ore di lento riposo. I porcini, con il loro profumo di bosco così schietto e sincero. E la ricotta affumicata, che con i suoi aromi riporta alla storia antica della lavorazione del formaggio, quando veniva posizionata sopra graticci metallici, nei pressi del focolare, dove il fumo della legna che bruciava per riscaldare l’ambiente essiccava lentamente questo eccellente latticino.

Dunque una cucina tipica, preparata con amore, valorizzando prodotti locali che raccontano la storia e le tradizioni di questo paese di montagna. Il tutto in una location unica nel suo genere, pochi tavoli, candele e profumo di legno che si mescola con quello del pane appena sfornato.

Rosy, a proposito di storia, se potessi invitare un personaggio del passato, chi inviteresti e che cosa gli prepareresti?

Bella domanda, così su due piedi eh! Infatti Rosy mi guarda con stupore, si sistema gli occhiali e osserva le montagne che abbiamo di fronte. Siamo sedute sul balcone panoramico, direi il luogo perfetto per chi è in cerca di ispirazione.

Inviterei la Principessa Sissi. E le preparerei una merenda con i kaiserschmarren!

Posso salutarti con un consiglio? Quando arriverai a Moena, non perderti l’esperienza di una visita a Malga Roncac. E non chiedere nemmeno se gli animali sono i benvenuti, altrimenti Rosy si offende!

Pian Pian Bel Bel

Pian Pian Bel Bel

Se durante un soleggiato giovedì dovessi incontrare un gruppo di sorridenti signori e signore che camminano allegramente in compagnia, lungo il sentiero, potresti aver incrociato il gruppo PIAN PIAN BEL BEL.

Nata nel 1998 a Moena, Pian Pian Bel Bel è un’associazione culturale-ricreativa che negli anni è cresciuta e maturata, diventando un punto di riferimento importante nel panorama associazionistico della borgata.

Sulla pagina web del comune si legge:

“Chest grop l’é nasciù del 1998 aldò de la pascion palesèda da dotrei jent che vel valorisèr e sostegnir la cognoscenza del patrimonie storich, artistich e populèr te Fascia e Fiem.”

ovvero

“Il Circolo è nato nel 1998 per passione di un gruppo di persone con lo scopo di valorizzare e promuovere la conoscenza del patrimonio storico, artistico popolare nelle valli di Fassa e Fiemme.”

Le attività dell’associazione sono riservate ai soci; non ci sono vincoli di età, benchè il gruppo sia per la maggioranza composto da persone che abbiano maggiore disponibilità di tempo, anche durante la settimana.

Il giovedì, appunto, è la giornata dedicata alla gita (tutti i giovedi, per tutto l’anno!): passeggiate ed escursioni alla portata di tutti, per scoprire le bellezze delle Dolomiti. Bellezze che seppur a portata di mano da una vita intera, si scoprono e riscoprono con sorpresa, con divertimento e spensieratezza.

Non solo divertimento, ma anche impegno e volontariato per questo affiatato gruppo. In occasione della festa del Rione Turchia, il profumo della classica zuppa d’orzo proviene proprio dal pentolone di questa associazione, che con passione e impegno contribuisce a rendere così caratteristica questa ormai famosa manifestazione, appuntamento fisso per residenti e giornata tanto attesa dagli ospiti.

Durante il mese di febbraio scorso, si sono svolti i Mondiali Junior di Sci Alpino. Per dieci giorni i soci di Pian Pian Bel Bel hanno collaborato con la squadra organizzativa del campionato, occupandosi di servire le pietanze all’interno del punto ristoro e di supportare i cronometristi per la rilevazione dei tempi di discesa degli atleti.

Insostituibile il loro supporto durante le numerose gare che si svolgono nei dintorni di Moena, come per esempio la Val di Fassa Running e la Val di Fassa Marathon.

Tornando in paese, troviamo il Pian Pian Bel Bel anche nella giornata di Festa di Sen Vile (San Vigilio, patrono di Moena). C’è poi l’appuntamento estivo di “Moena in Cucina”: ogni due martedì, nella Piazza Ramon, si svolge uno shoow cooking durante il quale si assiste in diretta alla realizzazione di alcuni piatti tipici ladini. Le associate prestano le loro abili doti culinarie per aiutare lo Chef durante lo svolgimento di questa dimostrazione.

Anche in occasione della Festa del Puzzone di Moena, Pian Pian Bel Bel è sempre presente e disponibile: proprio grazie a questo spirito collaborativo, questi appuntamenti sono sempre un grande successo!

Continua a seguirci leggendo gli articoli di questo blog, ti racconteremo la storia di tante altre associazioni moenesi, che contribuiscono a rendere così speciale questo paesino dolomitico.

E ovviamente, grazie. Grazie a te, caro lettore.

E grazie a te, Pian Pian Bel Bel!

Un dolcissimo sciroppo

Le piante di sambuco sono in fiore!

Oggi prepariamo con voi lo sciroppo di sambuco, squisita bevanda rinfrescante per l’estate, ottima anche per la preparazione di sfiziosi cocktail. Il sambuco è una pianta appartenente alla famiglia delle Caprifoliaceae, la cui parte utilizzata è costituita da fiori e foglie. Noi utilizzeremo solamente i fiori, aromatici e profumatissimi.

Iniziamo subito… con una passeggiata!

È importante raccogliere i fiori di sambuco poco prima di iniziare la preparazione dello sciroppo, per evitare che questi si affloscino. A Moena si trovano tantissimi cespugli ed alberi di sambuco, freschi e rigogliosi, cresciuti con aria pulita e nutrienti naturali.

Una volta tornati a casa, puliamo i fiori dalle impurità con l’aiuto delle forbici o semplicemente con le mani.

Versiamo i ciuffetti di fiori di sambuco in una casseruola, copriamo con 2 kg di zucchero, aggiungiamo 2 litri d’acqua, 50 gr di acido citrico, 4/5 limoni non trattati e lavati accuratamente, tagliati a metà (non spremuti!).

Lasciamo in macera i fiori di sambuco ed i limoni per 24 ore, mescolando di tanto in tanto per sciogliere meglio lo zucchero.

Dopo 24 ore, possiamo filtrare lo sciroppo e versarlo, con l’aiuto di un imbuto e di un mestolo, in bottiglie di vetro (meglio vetro scuro).  Chiudiamo con il tappo a corona: in questo modo lo sciroppo si conserverà per 12-16 mesi e potrà essere riposto all’interno di un armadio.

Un piccolo consiglio: non buttiamo i limoni! Possiamo spremerli e versare il succo filtrato dei limoni negli appositi sacchettini per il ghiaccio. In questo modo, possiamo ottenere degli ottimi ghiaccioli per rendere ancora più buoni e sfiziosi i nostri bicchieri di acqua e sambuco!

La fontana si racconta

Attimi di vita nella piazza di Moena

Ieri, a quest’ora, era più buio.

Sento il suono della mia acqua che scorre, zampilla, come tra le rocce dei ruscelli che l’hanno portata fino a qui. Una melodia che riempie questo silenzio, interrotto solo dalla voce del vento e da qualche battito d’ali.

Vivo diversi stati d’animo, che cambiano con il passare delle stagioni. L’allegria delle feste, con berretti abbassati e sciarpe che coprono il mento. Canzoni, luci e colori riflessi. Calzettoni di lana, piccoli passi per non scivolare, bibite calde per riscaldare mani e cuori.

Arriva il momento di pausa. Cittadini operosi che sistemano il loro giardino, riempiono i balconi con cascate di petali, tavolini e sedie che lasciano le cantine per godere dei raggi del primo sole. Camminano meno frettolosamente, si fermano per un saluto, come amici che non si vedono da un po’. La pausa caffè, attimo non programmato per racconti e novità, sa di primavera e burro zuccherato. Lì, su quella panchina, siede sempre la Signora Maria. Troppo presto per togliere lo scialle di lana, tanta la voglia di sbirciare da vicino e di scambiare quattro chiacchiere. Tranquillità e preparativi, riposo e nuovi progetti. I bimbi si rincorrono, liberi e felici, mentre le mamme scambiano battute, portando il peso delle borse nelle mani.

Poi il sole si fa più caldo, le maniche si accorciano, le finestre sono aperte. Ricomincia la danza! Visi nuovi che mi scoprono, vecchie conoscenze con qualche ruga in più ed un nuovo nipotino. Visi sorridenti che si sentono a casa. Mi fotografano da ogni angolo, arrossisco al pensiero di essere così famosa. Ogni giorno un appuntamento che riunisce tutti, come la grande tavola di famiglia. Concerti e balli, assaggi e souvenir, piccoli oggetti di tradizione da regalare e regalarsi. Nasi arrossati e gambe stanche, che non rinunciano alla voglia di godersi ogni attimo, per portarlo con sé fino all’anno dopo.

Ora non riconosco questa sensazione, credo di non averla mai provata prima d’ora. E’ tutto un po’ sospeso, tra la speranza e la consapevolezza. Penso che vorranno vivermi in modo più intimo, personale. E magari scopriremo insieme sfumature nuove, che renderanno i momenti ancora più speciali.

Io attendo, con l’acqua che continua a scorrere. Come la signora Maria, che con il suo solito scialle e un’espressione di saggezza scrupolosa, mi fa compagnia.

Non vediamo l’ora di rivedervi!

Il dolce dei ricordi

Mele, uvetta e tanto amore

Quando ero piccola, andavo sempre a cercare quel lembo di pasta che rimaneva nascosto all’interno delle mele, morbido e un po’ bianchino, meno cotto e croccante dell’esterno. Gustare le estremità era un rito riservato solo a me, a volte a me e al nonno.

Ognuno di noi ha certamente una storia da associare a questo tipico dolce, che con la sua semplicità conquista grandi e piccini. In estate e in inverno, a merenda o come dessert, è sempre il momento giusto per affondare la forchetta e sentirne i suoi profumi.

L’originale custode della preziosa farcitura è la delicata, tutt’altro che semplice, pasta matta. Secondo un’antica legenda, andrebbe tirata abbastanza fine da consentire di leggervi una lettera d’amore in trasparenza. Tra le diverse versioni di questo dolce, lo si può trovare anche con la pasta sfoglia o con la frolla.

Mele, uvetta e pinoli. Le mele amiche dello strudel sono le Renetta Canada, asciutte e un po’ farinose, o le Golden Delicious, più acidine e croccanti. Io le utilizzo entrambe: affetto finemente le Renetta con l’affetta-verdure, mentre taglio a pezzettini più grandi la Golden. Durante la cottura, la prima si ammorbidisce quasi a diventare una crema, mentre i cubetti rimangono più consistenti. Acceso il dibattito riguardo la cottura delle mele, prima di riempire la pasta. La ricetta originale vorrebbe le mele crude, bagnate con un po’ di succo di limone, zucchero e… cannella a volontà!

Una volta ho assaggiato uno strudel con dell’uvetta artigianale: chicchi d’uva dolce lasciati prima a seccare, per poi macerare qualche ora nel vino passito. Una scoperta sorprendente che non sono ancora riuscita a replicare.

I pinoli sono l’ingrediente più discusso di questo dolce: chi lamenta di non trovarne mai abbastanza, chi lo preferisce senza. A volte vengono sostituiti dalle noci. Adoro la versione con le nocciole: nei dintorni di Moena si possono incontrare ricchi fusti di noccioli, con frutti dal sapore intenso e dal profumo deciso. Tagliate grossolanamente e inserite nel ripieno di mele, donano allo strudel una nota fine ed elegante, dal sapore dolce e burroso.

E poi, via libera alla creatività. In un antico maso della Val di Fassa, si aggiunge un velo di marmellata. Accompagnato da un vanitoso ciuffetto di panna montata o dalla classica pallina di gelato o crema alla vaniglia. L’hai mai provato in abbinamento con il gelato al fieno? Si trovano poi versioni salate, con il nostro caro Puzzone di Moena.

Sul web si trovano tantissime ricette dello strudel, dalle più tradizionali a quelle innovative. Hai voglia di raccontarci il tuo strudel preferito o di condividere con noi la tua ricetta?

Buon Strudel a tutti!!!